Da Fushida a Tsunoda: il lungo viaggio del Giappone in Formula 1

Tre podi in cinquant'anni. Un magro bottino per il Giappone in Formula 1 – persino la Russia (quattro) ha fatto meglio - almeno a livello di piloti. Soltanto tre dei diciotto giapponesi che hanno disputato almeno una gara nella massima competizione automobilistica sono riusciti ad arrivare fra i primi tre. Autori di quella che può essere definita un'impresa sono stati, in ordine cronologico, Aguri Suzuki (1990), Takuma Sato (2004) e Kamui Kobayashi (2012).

Curiosamente, due di questi piazzamenti sono arrivati proprio a Suzuka, dove questa settimana si disputa la quarantesima gara di Formula 1 in territorio giapponese (oltre alle 38 edizioni del Gran Premio nazionale vanno considerati i due Gran Premi del Pacifico, disputati ad Aida nel 1994 e nel 1995). I due profeti in patria – chiediamo venia per l'utilizzo di una metafora tratta dal Vangelo – furono Suzuki, terzo con la Larrousse motorizzata Lamborghini in un'edizione del Gran Premio del Giappone passata alla storia più per i piloti finiti fuori pista alla prima curva (gli eterni duellanti Alain Prost e Ayrton Senna) che per quelli sul podio, e Kobayashi con una Sauber anch'essa spinta da un propulsore italiano, il Ferrari, anch'egli terzo per il decimo e ultimo podio nella storia della Sauber. In mezzo, il secondo posto di Sato con la BAR-Honda a Indianapolis nel 2004, miglior risultato di un giapponese in Formula 1.

Oggi le speranze di un Paese intero sono riposte in Yuki Tsunoda, al suo debutto questo fine settimana con la Red Bull. È la prima volta che un pilota giapponese si trova a correre per un top team che vanta dei titoli iridati e lo fa proprio nella gara di casa. Un ulteriore motivo di pressione per Yuki, perfettamente consapevole che si sta giocando da qui in avanti non soltanto il suo futuro nell'universo Red Bull ma anche, probabilmente, in Formula 1. Considerato che la Honda, che ha supportato fin qui il cammino di Yuki, l'anno prossimo sarà partner di Aston Martin – teoricamente a posto con la coppia Alonso-Stroll anche nel 2026 – diventa una “mission impossible” degna di Tom Cruise trovare un sedile se non ci si inventa un'impresa: misurarsi a pari macchina con un quattro volte campione del mondo come Max Verstappen lo è sicuramente.
Chi fu, nel 1975, il pioniere del Paese del Sol Levante? Hiroshi Fushida – il suo nome è ancora popolare fra i fan giapponesi, anche se magari non quelli più giovani – era già entrato nella storia del motorsport nazionale due anni prima, quando fu il primo giapponese a partecipare alla 24 Ore di Le Mans, condividendo con il connazionale Tetsu Ikuzawa e il francese Patrick Dal Bo l'abitacolo di una Sigma equipaggiata con il motore rotativo della Mazda.

Nato a Kyoto nel 1946 e figlio del più grande produttore mondiale di kimono, Fushida-san era arrivato nel 1974 a firmare come test driver per il team Maki Engineering, fondato da un gruppo di giovani sotto i trent'anni, fra cui l'ingegnere Masao Ono. Dopo una serie di infruttuosi tentativi di qualificarsi contando sul talento del neozelandese Howden Ganley e numerosi rifiuti dell'iscrizione per manifesta inferiorità tecnica di una monoposto spinta da un motore Ford-Cosworth, nel 1975 la squadra provò la carta del pilota di casa a Zandvoort, nel Gran Premio d'Olanda. Fushida riuscì nell'impresa di qualificarsi, sebbene con un distacco di più di 13” dal tempo della pole position della Ferrari di Niki Lauda, ma non in quella di prendere il via della gara perché il motore Ford Cosworth della sua vettura pensò bene di rompersi. Due gare dopo a Silverstone Fushida ci riprovò: il distacco dalla pole fu molto più contenuto, soltanto tre secondi, ma i posti in griglia erano 26 e il suo ventottesimo posto non fu sufficiente. Il suo percorso in Formula 1 terminò lì e si dovette attendere ancora un anno e mezzo prima di vedere i primi giapponesi sulla griglia di partenza.

Al Fuji, nel 1976, nella prima edizione del Gran Premio del Giappone furono ben tre: Noritake Takahara su una Surtees, Kazuyoshi Hoshino su una Tyrrell e Masahiro Hasemi su una Kojima, nonché Masami Kuwashima (Wolf), tutte motorizzate Ford-Cosworth. Tutti e quattro riuscirono a qualificarsi, anche se il quarto non si schierò in griglia per problemi di sponsor, con Hasemi addirittura con il decimo tempo. Lo stesso Hasemi fu l'unico ad essere classificato alla fine della gara, con un undicesimo posto a sette giri dal vincitore Mario Andretti. Una gara entrata nel mito della Formula 1 per il gran rifiuto di Lauda e per il titolo iridato di James Hunt (immortalati nel film “Rush”) vide così iniziare una storia importante per il motorsport giapponese.